...nella terra in cui vivo
il sole
s'accende di rado
la luna
impazza in ogni dove
e le stelle
scendono piano
sulla terra
sulla terra in cui vivo
sepolta da filamenti di speranza
e gocce di disperazione
ove s'acquietano persino le pietre...
Flor
...vibrava la neve tra i tuoi occhi oggi
e il suo silenzio solcava le mie vene
diffondendo pace
Il tuo sorriso
sorpreso dall'incanto del cielo
lasciava nei miei occhi
palpiti d'amore
Ti respiro con la vita
da sempre
Flor
...avevo ancora il tuo profumo tra i capelli e la mano stretta intorno alla mia vita nel buio del cielo. Gli alberi intorno, scrollati dalla pioggia, inondavano di foglie i nostri corpi uniti. Mai ti avrei avuto se non fosse stato per quell'istante fortuito o voluto nel quale s'è consumata tutta la passione di una vita. In quel frammento s'è aperta la porta del tempo che ha avvinghiato i nostri passati in un girotondo di lacrime e sorrisi, di lunghe passeggiate al tramonto del mare, di feste sulla spiaggia e notti insonni a solcare le stelle con lo sguardo, a contarle una ad una. Un vuoto riempito improvvisamente, come un puzzle dimenticato e ricomposto, che è emerso dal nulla e nel nulla è tornato quando la porta, lentamente, si è richiusa...
Flor
...mio nonno non aveva alcuna voglia di lavorare, gli piaceva stare seduto sulla loggetta, il balconcino per i romani, a fumare e bere il suo caffè corretto col Martini. Il baffetto fino e grigiastro segnava avidamente la sua età ma, nonostante la maturità che gli conferivano gli anni non aveva, nè avrebbe mai avuto, una grande passione per il lavoro. Quando mia nonna lo volle sposare e i genitori di entrambi s'incontrarono per la prima volta a San Basilio in una casa bassa con giardino, di quelle casupole concesse dal Duce al popolino negli anni trenta, il padre di mio nonno mise subito in chiaro una cosa: "Mio figlio non ama affatto il lavoro, sappiatelo, prima di dare l'assenso a questa unione". Mia nonna, con grande fervore dato dall'amore, rispose che non importava, che avrebbe lavorato lei per tutti e due. All'epoca, infatti, era operaia in un'azienda agricola che produceva mozzarelle proprio lì vicino e l'artrosi alle mani, che oggi le causa grande fastidio, è dovuto anche a questo continuo ammollo nell'acqua, a cui era costretta per modellare le mozzarelle. Non si è mai capito il perchè, ma i miei bisnonni accettarono quell'uomo alto, magro e pigro, come futuro genero. Si fidanzarono ufficialmente ma dopo pochi mesi iniziò la guerra che convogliò la sua mollezza tra le armi e le trincee, delle aspre terre della Serbia. Mariano, questo era il suo nome, era nato in un paesino vicino Roma, a Bellegra, ed era sceso nella capitale con la famiglia in cerca di vita migliore. I suoi si erano stabiliti nel quartiere periferico di Roma est insieme a molte altre famiglie, tra le quali quelle di mia nonna che veniva, invece, da via dei Cerchi e più lontano nel tempo, da Bari. La zona della Bocca della Verità era infatti famosa perchè lì si trovavano le fabbriche del carbone e, di conseguenza, tutti quegli operai immigrati dalle parti più misere d'Italia che vi lavoravano come bestie da soma. I più fortunati, dopo questo primo approdo, trovavano un lavoro più remunerativo, magari cambiando anche d'abitazione, come successe alla famiglia di mia nonna. Nonostante la guerra, Mariano riuscì a rientrare in Italia per potersi sposare con Grazia, ripartire dopo un mese di licenza e tornare al fronte lasciandola già incinta di mio zio, il primogenito. Proprio in Serbia fu catturato dai nemici e condotto in un campo di concentramento. Non credo fosse un vero campo di concentramento, o se lo era probabilmente non aveva la stessa durezza di quelli in Polonia o in Germania, ma comunque vi rimase prigioniero per due lunghi anni. Mi raccontava sempre che si vide costretto a barattare la sua fede nunziale per due patate, perchè il cibo scarseggiave e il lavoro era massacrante. Questo è l'unico episodio che conosco della sua prigionia e oggi rimpiango di non aver più avuto l'opportunità di ascoltare quei ricordi di vita. Sopravvisse e tornò dalla prigionia più stanco che mai. Ritrovò la sua famiglia e suo figlio che ancora non conosceva, la sua vecchia casa, nella quale mia nonna aveva vissuto senza di lui ed in attesa di lui, con i suoceri. Grazie ad alcune conoscenza riuscì ad entrare nell'azienda dei trasporti di Roma come bigliettaio. Aveva la divisa col berretto, mi sembra di rammentare o forse sono immagini di fotografie sbiadite o, peggio, ritratti di film d'epoca. I biglietti però li ho in mente con precisione: verdi, gialli, blu, rosa, fini e lunghi, fatti di una carta di bassa qualità che il bigliettaio ti staccava quando salivi sul bus o sul tram, quando non c'era la possibilità di viaggiare gratuitamente eludendo i controlli. Andò in pensione dopo trentacinque anni di servizio presso l'Atac, ma non andò mai in pensione dalla sua militanza formale per il Pci. Era un comunista convinto e avrebbe vissuto volentieri in Russia. Seguiva molto la politica e non si stancava mai di questionare con mio padre, ex democristiano, sulla Chiesa e la sua ricchezza. La sua filosofia di vita consisteva semplicemente nel godersi i momenti della giornata, senza affannarsi, lavorando quanto bastava a mantenere sè e la sua famiglia. Mi diceva sempre: "Sai che fa nonno se il mondo cade?" "No", gli rispondevo, "Se il mondo cade, nonno si scanza" e rideva come un bimbo convinto della sua verità. Scendeva al bar nel pomeriggio, dopo il lavoro, giocava a carte, fumava, beveva caffè corretti e tornava a casa dopo un paio d'ore. Aiutava in casa mia nonna e i figli con i compiti anche se, quando poteva, si ritirava in disparte a leggere il suo fumetto preferito: Tex Willer. Era un vero amante del genere e di film western, una passione che lasciò in eredità a mia madre, la sua figlia preferita, non solo in termini sentimentali ma anche materiali: la collezione di fumetti del suo eroe dal primo numero stampato. Amava molto sedersi con le gambe accavallate, la schiena poggiata mollemente alla sedia, la testa leggermente all'indietro, la sigaretta nella mano destra e il braccio sinistro steso sullo schienale della sedia accanto a lui, quasi ad abbracciare una persona invisibile. Da quando è morto, vent'anni orsono, mi sono scoperta più volte a sedere in questa "molle" posizione, senza la sigaretta, dato che non fumo; credo che sia la mia eredità personale, qualcosa che è in me e che me lo ricorderà sempre. La morte lo trovò impreparato, com'era nel suo stile, ottimista e restio al cambiamento, e lo trovò pure con 3 bypass e tante sigarette. Nonostante i divieti dei dottori non volle privarsi di quelli che lui considerava i piaceri della vita. Credo che continusse a pensare che sarebbe vissuto a lungo, o forse per sempre, come a volte succede di pensare a me. Così, anche dopo la sua morte, ci siamo assicurati che portasse con sè, nel suo lungo viaggio, un pacchetto di sigarette, le malboro rosse e un fumetto del suo beneamato Tex Willer.
Flor
...ho sempre odiato mangiare da sola, a tu per tu con me stessa; ho sempre odiato sedermi in un tavolo per due avendo l'altra sedia, indelebilmente, vuota; ho sempre odiato quegli sguardi pietosi di gruppi ridenti, che mangiano e ciarlano in continuazione; ho sempre odiato quella sensazione di tristezza, che provo nel vedere qualcun'altro seduto ad un tavolo con un grande piatto di pasta e un giornale da sfogliare. Ho sempre creduto che, chi mangi da solo, lo faccia per due motivi: perchè costretto, nessuno lo ha voluto accompagnare, oppure perchè in un luogo di passaggio e, fugacemente si riempie la pancia; infatti non posso immaginare che si scelga di restare soli in quei momenti, di allontanarsi volontariamente dal sorriso di un amico, dalla chiacchiera vana, dal farsi compagnia in fila alla mensa, dal rilassarsi con una barzelletta. Oggi anch'io ero a mensa da sola, come ormai spesso capita, dopo aver cercato di coinvolgere un'amica, che però, ahimè, ha declinato cordialmente dalla cucina del suo appartamente (se l'avessi chiamata prima!). La nostra cultura ci ha abituati alla convivialità dei pasti, obbligatori in famiglia. Ci ha talmente storditi con la presenza di tanti volti tra una portata e l'altra, di tante voci tra un bicchiere di vino e l'altro da non riuscirne più a fare a meno, ma non ci ha preparati ad affrontare il pasto in solitaria, nè ci ha spiegato quali piccoli accorgimenti adottare per uscirne indenni. Lo sfortunato, infatti, si troverà ad affrontare piccoli problemi di ordine pratico, come il "dove sedersi": non vicino ad una coppia, ci si sente subito "candela", ma nemmeno accanto al gruppone di amici, ci si sente sfigati, nè in un tavolo troppo grande e vuoto, è esagerato, ma nemmeno in quello piccolo da due, si rischia di incorrere nel rompiscatole di turno che ti dice: "Posso?". Se si è fortunati si trova un posticino nascosto dalle domande di sguardi curiosi che ti scrutano chiedendosi se sei orfana di amici o se nessuno ti può sopportare. Il "cosa fare tra una forchettata e l'altra": si controlla il cellulare, si rileggono più volte gli stessi messaggi oppure si tenta di leggere il primo giornale che si ha in borsa o, appena raccattato in metro, anche con un certo, finto, interesse, mostrando al mondo che si è scelto di mangiare da solo con i propri pensieri. Un'altro problema è di non sapere dove volgere lo sguardo quando lo si alza dal piatto e allora si diventa improvvisamente architetti, arredatori d'interni, critici d'arte o semplicemente curiosi di tutto quello che ci circonda, con l'accortezza di non incappare in forme umane o, peggio negli occhi interrogativi dei vicini. Un telefonata poi, una qualunque, verrà accolta come la salvezza: persino una chiamata dall'ufficio ci restituirà un certo tono o la convinzione di dover mandare quel messaggio di lavoro proprio in questo momento, ora che si ha tempo....
Flor
...mia nonna arrivò a Roma, ormai in età adulta, da uno sperduto paesino abruzzese adagiato sul Gran Sasso proprio lì, dove gli aspri monti si addolciscono volgendosi al mare. Nasceva nell'anno dei moti rivoluzionari a San Pietroburgo e dell'indipendenza della Norvegia dalla Svezia; anno in cui l'Italia si alzava per la prima volta in volo su un dirigibile e in cui venivano al mondo volti noti come lo stilista Christian Dior, il regista italiano Luigi Zampa e, se ne andava al cielo, il grande scrittore Jules Verne: era il 1905. La sua lingua era il dialetto di paese, l'italiano lo avrebbe appreso a scuola. Viveva con i genitori, il fratellino ed i nonni nella grande casa a due piani poco fuori il piccolo centro abitato, una case che era stata dei suoi bisnonni e che passava di generazione in generazione, tra rattoppi e modifiche. Al primo piano c'erano le abitazioni, due stanze da letto e una grande cucina; sotto, un minuscolo sgabuzzino e la stalla con gli animali: due mucche, 4 maiali e qualche gallina per le uova fresche; a qualche metro, un discreto appezzamente di terra che coltivavano generalmente le donne per avere la verdura e le patate a portata di mano, mentre gli uomini si dedicavano ai campi più lontani e di più vaste proporzioni.
Annunziata, questo era il suo nome, era cresciuta tra l'orto e il grande camino della cucina, tra la terra e la farina. Aveva appena tre anni quando la madre le insegnò a fare la pasta a mano, mentre a quattro anni era l'addetta a girare la polenta nel "lu callaru", pentolone perennemente sul fuoco, dove si bolliva la pasta, la verdura e la gallina vecchia.
A quel tempo non esisteva l'età della spensieratezza, soprattutto per i figli dei poveri contadini, ma solo quella per aiutare in casa, o nei campi, appena possibile. Nonostante ciò, ogni bimbo trovava il suo spasso nel compiere il proprio dovere e a mia nonna piaceva infinitamente setacciare la farina; le pareva di veder scendere la neve a grandi fiocchi, farsi montagna soffice soffice, che poi modellava con le sue piccole manine paffute; a volte, quando la mamma e la nonna erano impegnate nella stalla, ne prendeva un pugno e la lasciava scivolare sul tavolo di legno scuro, a disegnare il sole, la luna e le stelle. Il suo compito principale, però, non era quello di aiutare in cucina ma di badare al fratellino più piccolo di due anni, Antonio, un piagnucolone sempre attaccato alle gonne della mamma. Lo lavava, lo vestiva e gli preparava la colaziona: giocava alla piccola mamma. Grazie alla scuola imparò a leggere e a scrivere anche se non andò oltre la prima elementare. Più dei racconti per bambini l'appassionavano le letture sulla vita dei santi. Ogni sera, prima di dormire e dopo aver recitato le preghiere, leggeva alla nonna una pagina di quelle storie, alla luce di una candela. Terminava sempre con la stessa domanda: "ho letto bene nonna?" E la risposta era sempre la medesima: "come il canto di un angelo". A quella frase i suoi occhi azzurri si illuminavano di gioia e il bacio della buonanotte che la nonna le schioccava sulla fronte, la invitava a tornare nel suo lettuccio di paglia accanto al fratellino.
Venne il giorno però, in cui le voci sull'America e sulla fortuna che si poteva ottenere laggiù, convinsero i genitori di Annunziata a lasciare la propria terra per intraprendere questa grande avventura. Il primo a partire fu suo padre. Rimase negli Stati Uniti per una anno, trovò lavoro come muratore e con i soldi guadagnati comprò due biglietti per una nave diretta a New York da Roma e li spedì a sua moglie. La donna si vide costretta a lasciare uno dei suoi figli con i nonni e, ovviamente, lasciò la più grande, che aveva "ormai" sette anni. Il dolore della separazione fu indescrivibile ma la promessa che si sarebbero ricongiunti presto, li sostenne, almeno per un po'. Mia nonna continuò così la sua vita tra i monti dell'abruzzo per altri sette lunghi anni. Benchè i suoi nonni fossero affettuosi e Annunziata fosse una ragazza dal carattere forte, vivere con delle persone di un'altra generazione e di un'altro secolo non fu affatto facile. I suoi lunghi capelli lisci, di un color castano miele, che portava sempre raccolti in una treccia avvolta dietro la nuca, i suoi occhi azzurri e il suo corpo esile ma fortificato dalla vita, erano l'oggetto di sguardi di molti ragazzi e di tensioni tra lei e il nonno che la voleva sempre a casa. A molte cose dovette rinunciare per via di quei contrasti finchè un giorno giunse, dall'America, quella lettera tanto attesa, la notizia per la quale pregava ogni sera e che la lasciava inerme ad osservare il tramonto, giorno dopo giorno e mese dopo mese. La lettera conteneva un biglietto per una delle tante navi che salpava da Roma: era di suo padre. Il suo sogno sembrava avverarsi, ricongiungersi ai suoi, poterli finalemente riabbracciare. Ma i genitori, forse ingenuamente, non avevano pensato alle difficoltà che avrebbe potuto incontrare una ragazzina di provincia che s'incammini per un'altra nazione, verso un'altro continente nel 1919. Occorreva infatti andare a Roma con il furgoncino di un paesano, farsi lasciare al porto, sbrigare le pratiche per imbarcarsi, affrontare duri giorni in mare senza conoscere nessuno, stipati come topi nelle grandi stanze dormitorio, arrivare all'isola della quarantena, dove attraccavano le navi cariche di immigrati, affrontare le visite mediche, le domande per verificare il quoziente intellettivo e aspettare che qualcuno la reclamasse nei giorni e nelle ore stabilite in apposite stanze aperte al pubblico. Mia nonna, che non era mai uscita dai confini del paese e che aveva un preparazione scolastica da prima elementare, non riuscì a trovare il coraggio per partire: temeva il viaggio a Roma, sola con un uomo molto più grande di lei, temeva la grande città e le persone che avrebbe incontrato e, soprattutto, temeva quella traversata in mare. Con suo grande dolore scrisse poche righe di spiegazione ai suoi genitori e attese una risposta che non arrivò mai.
Qualche anno più tardi i suoi nonni morirono e lei si ritrovò senza parenti diretti che postessoro sostenerla. Decise così di accettare la proposta di matrimonio di un uomo più giovane di lei, mio nonno che, dopo alcuni anni di matrimonio, si trasferì a Roma, lasciandole il compito di allevare i figli e mandare avanti la casa. Le inviava il denaro per posta e si faceva vivo ogni due anni giusto il tempo perchè mia nonna rimanesse incinta. Nacquero così i suoi sette figli, l'ultimo dei quali, a quarant'anni, fu mio padre.
Flors
...occorre tirarsi fuori dal fosso per i propri capelli, rovesciare se stessi da dentro in fuori ed essere capaci di vedere ogni cosa con occhi nuovi...
Flor
....avevo scritto qualcosa, ma non ce n'è più traccia. I bit si sono smaterializzati, il computer li ha cancellati o forsi li ha semplicemente liberati nell'etere; forse li ha spediti nel passato, facendoli passare per un qualche cortocircuito temporale che li ha proiettati nelle installazioni futuriste o tra gli accumuli spiazzanti delle mostre dadaiste. Chissà che non sia quello il loro posto, il luogo per uno scritto delirante. E' un vero peccato però: il pezzo mi piaceva ed era da tanto che non scrivevo...
Flor